a mio padre che sarà tra forbici e stelle

Quel giorno avevano chiuso agosto
con i limoni sugli occhi

non sapevo ancora niente
degli aperitivi e dei film di Burton

giocavo a pallone
con la maglia del portiere

al centro del grande zabaione
dove Napoli galleggia

nella sala d’attesa
tolsero l’acqua al pesce rosso

il dottor temporale disse di chiudere le porte rimaste socchiuse
ci caricarono il buio alla nuca e spararono

era un elefante con le gambe secche
e non ci volle molto a cadere

era l’ultima via Santa Lucia
che se ne andava timida dal golfo

hanno visto alzarsi in volo uno stormo
dalla piazza fredda del letto di mia madre

hanno tolto l’uomo
hanno sradicato le sue mani dalle mie

quando tornerà sarà davanti agli occhi di Antonio
e tra le braccia di Maria come il figlio che non ha

quando tornerà non sarà buio il corridoio
si siederà a tavola e dirà: “perché avete aspettato tanto…

potevate cominciare”.

copertina
 

 

 

 

 

 

 

Un giorno tornerai a Ischia lucente
isola sola, lontana mille anni dal mare.
L’abbronzatura all’oro degli anni
che brilla di notte al gelato d’agosto

e scale di case dall’aria salata
che increspa i capelli, e salite e discese dagli occhi.
A lui chiederai i capelli a cavatappi,
e di pettinarti giornate strappate all’abbraccio

della madre larga e del padre fascista
che ti compra le scarpe per camminare in campagna
e t’adotta alla zia che ti lascia una corda
per attaccare il sole a una sedia sul balcone.

Mamma che sfogli settimane enigmistiche,
e t’accendi al divano per le corde che stridono
dell’ascensore che mi porta al quarto piano.
Figlia di un marito scorpione e parrucchiere,

che giocava nella vita da angelo, tirato giù da un albero
a bere dagli spigoli le cose felici, tendeva una mano
al tuo sonno cattivo e tre figli, ti baciava sereno
come se non esistesse la pioggia ed il buio.

Tornerà la gioia del primo giradischi
la scoperta di cose naufragate nell’ombra.
Le ali aperte dei figli tuffati, alla buona pazienza
del cuore, di piazze, di auto al casello,

del respiro, vacanze, di sere finite
alla noia beata dell’essere soli.
Verrò a mangiare melanzane a funghetti,
all’alba del tuo sorriso preso a bellezza dei salti di uccelli.

 

 

 

 

 

 

 

Ero nell’albero pesante che mio padre ha strizzato
prima dei giorni girati di spalle.
La barella non entra nell’ascensore,
lo portarono via per le scale
e portarono via le scale, la strada con le luci
e i sorrisi, fecero un pacchetto con tutto il cielo,
i palazzi e le cose finite sul fondo dei pensieri
e me lo nascosero in tasca.

Poi sono venute le ore senza i gesti dell’amore
a prendermi a scuola, a stendermi il braccio
per prendere piatti su mensole troppo alte.
E mi alzo ancora sulle punte, sfioro le mani
delle donne che raccolgono fiori sul soffitto.
Vado figlio di mia madre, figlia delle prugne mature
e della pioggia trasversale. Amico dei cani
chiamati ombra, verso albe distrutte, sradicate.

 

 

 

 

 

 

 

mentre rimani
come un fiore nudo sull’acqua

arrivo io
ballerino di impalcature

con l’orario dei treni
in una mano

e il sole
nella lente sinistra degli occhiali

a riempirti di alberi
buoni per addormentarsi

passa il vento e il dopobarba
mi si spettinano le ciglia

giravolta e marmellata
albergati in un maglione

il fiato del mare gonfia le lenzuola.

 

 

 

 

 

 

 

e vieni!
magari in brasile

se mi vuoi telefonare

per mano lontano
onda più onda e vulcano

se solo mi aspettassi per un aperitivo

neanche la cena
la notte balena

rimango

orizzontale e vestito
mi vedo spuntare bambino

da dietro

con la maglia mars di maradona
ti invito.

 

 

 

 

 

 

Michael J Fox

ti devo dire quella cosa del futuro
come un tuono in anticipo nel tuo cielo perfetto

adesso che abbiamo trent'anni prima
non chiudermi l'amore

aspetta che mi cambio
non posso tornare vestito come un imbecille

ma ora che so dove cadrà il fulmine
dammi la mano

per ripartire da quando sono partito
nutrendo con plutonio l'amore.

 

 

 

 

 

 

 

se tu fossi stata innamorata di me
avrei trovato aperto un supermercato deserto

in cima alle stelle pieno di cioccolato
con gli scaffali lunghi del tempo rimasto sulle autostrade

e tu seduta nel carrello con un sorriso d’albero
avresti detto: voglio questo e voglio quello!

e invece patetico come l’uomo farò la fila con gli altri
e triste la cassiera mi darà il resto nel giorno grigio di un K.O.

 

 

 

 

 

 

 

dimmi come ti vesti stasera mia piccola prévert
con le scarpe gialle e verdi li ucciderai tutti

il cappellino che ti ho regalato non fa sentire il freddo
e se ti pizzica un po’ la fronte non temere

fin quando te ne ricorderai potrai dire alle tue amiche
che io l’ho tirato fuori dal buio per coprirti dal buio

torna anche da un ramo, che buca puntuale il cielo
e non sa l’inglese

arianna non si traduce, si taglia
torna anche dal buio maledetto

che non sa farsi amare
torna sulla mia bocca dove sa farsi amaro il tuo nome

l’anima tua maria maddalena
sofia e catherine per marcello

i telefilm, la copertina del cioè
se m’innamorerò ancora ma non di te

è per lasciare spazio al nulla
nello spazio tra i miei occhi e i miei occhiali.

 

 

 

 

 

 

 

a Ciube, il mio cane

e ancora avrò te che mi salti sulle gambe
ogni volta che ritorno e chiudo la porta

per non farti scappare nelle scale
e ti alzi su due zampe allo schienale del divano

mi dai un bacio
che quando morì papà ti nascondesti

sotto il suo letto sette giorni
tu non ti stanchi dell’amore che mi stanca

tu mi manchi musica di unghie piccole sulle mattonelle
avrei preferito seppellirti nel cielo

dove i postini s’addormentano
sotto i portoni degli angeli.

 

 

 

 

 

 

 

Faccio le scale del palazzo
prima di girare la chiave nella porta
mi aspetto un sorpresa, un tuo messaggio
una lettera da lontano.

Faccio quello che devo fare
barcollo all’ingresso, la casa è la stessa
di quando inciampavi e ti tenevi al mio braccio.
Ci sono solo più buste non buttate
più cose lasciate ad aspettare la tempesta.

Niente ho visto al di là di quest’alba
niente ho fatto più che cantare stonato
niente più che bere le mani di chi me le ha strette.

Mi risveglio vestito un mattino
con la sorpresa di essere.

 

 

 

 

 

 

B.

Ci cade la luce sulla tua finestra
forse per questo hai messo un secchio.
La vuoi tenere, per rovesciarla tra le porte
e negli angoli, così non ti faranno male
i giorni grigi.

Ed ora vedi il male delle cose
fai la faccia strana, chiudi le braccia
e punti a terra il naso. Attendi l’onda
per risvegliarti naufraga, sei bella anche così
come un uccello buttato nel vento.

 

 

 

 

 

 

J.

Farei l’alba e le linee del cielo
con i segni lasciati dal cuscino
sul tuo volto appena sveglia, meraviglia
che ti togli dal sonno e vieni come gli uccelli
di giorno, la tua risata è chiamare il bene
per nome, alzi le reti dei fiori con lo sguardo.
Il fuoco e i confini, le sere gialle hanno la brezza
del tuo respiro, io ti sento esistere nel vento
che piega gli ombrelli, nel petto aperto
contro la notte che si abbassa addosso.
Voglio essere con te l’onda che s’alza
e si fa nuvola, fare come il polline chiaro
sui campi e la luce che libera gli angoli.

 
 

 

 

 

 

 

 

 
 

Qualcuno dica buonanotte
ai ragazzi che parlano sottovoce
al buio, mentre il mondo li capovolge.
Qualcuno dica buonanotte
a chi non ti saluta per paura
che tu non ne abbia voglia.
A chi si gira e rigira per la rabbia,
per la guerra col pensiero,
per il nero o per la pioggia.

Buonanotte, si sentano scaldare
i campi di ferro arrugginito,
i palazzi senza balconi, il fiume
soffiato, la vedova e il suo Gesù.
Qualcuno dica buonanotte
e spinga il sipario su questo giorno
fuori dal binario, sulla spiaggia
dove sono caduti gli uccelli.
Qualcuno sussurri, fedele
all’orecchio dei cani che dolce
sarà la notte, il riposo, il dopo.

 

Qualcuno dica buonanotte
   

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho visto Gesù vomitare nel cesso
di una stazione, venire al passo nero
delle ore. Con il camice da infermiere,
la divisa da pompiere, sorridermi
da un passeggino. L’ho visto tante volte
e ora non lo riconosco, questa sera
non lo riconosco. Mentre la notte
si gonfia e i ragazzi parcheggiano sotto casa.
È come non riconoscere più
il proprio nome: Valerio, Valerio,
sentirsi dire e non capire. Sentirlo
andare come se ne vanno i treni
con quel grido di motore, Valerio
e sentire le proprie ossa spargersi
nel vento. Cos’è riconoscersi?
Misurarsi le mani palmo contro palmo
e ridere dei capelli che se ne sono andati,
della pancia che è ingrassata.
Cos’è riconoscersi? Sistemarsi
il colletto nello specchio dell’ascensore
o provare a sentire la voce
in fondo, più in fondo, più in fondo
del cuore. La voce che dice Valerio,
che dice mondo, vita. La voce smarrita
che pronuncia l’alfabeto segreto.

grutt
     
 

Dove non arriva la scienza
si apre questo cielo spaccato
sulle antenne di Roma
si apre questo cuore di scavi
di tunnel, martoriato
dalle scavatrici, cuore voragine
sotto questo cielo di Roma.
Dove non arriva la scienza, mamma
arriviamo noi, con le carezze
tremanti, i girasoli in mano
noi che camminando graffiamo
il parquet con la suola delle scarpe
e rimaniamo imbambolati
vedendo la morte che ogni giorno
ti visita gli occhi un po’ di più
ma sappiamo o almeno io so:
questo male che ti sgonfia i polmoni
sarà trasmutato oggi o domani
sarà ritornato da dove era venuto
giorno remoto, buio di galassie
tra i cuscini del divano
e noi ci rivedremo, senza il peso
dei bagagli a mano
in una stazione bianca
al centro perfetto del bene.

cop